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I braccianti del Tavoliere
Abbiamo
fatto tutte le malearti
…Prima andavamo alla 'pungeime' così chinate a togliere l’erba
in mezzo al grano, stavamo a pulire il grano…ci mettevamo la mattina,
finivamo di lavorare al calare del sole. Prima di finire di lavorare,
quando calava il sole, ti dovevi dire il rosario a S.Matteo, a S.
Michele, andavi alla masseria, i sacchi con quella paglia, smettevi
di lavorare tutta sudata, tutta brutta, andavi a casa…
Lucia
Barbarossa (1904) Bracciante
Quella di Lucia Barbarossa è la preziosa testimonianza
di un mondo contadino quasi del tutto scomparso.
Sono gli stessi braccianti a parlarci della loro vita e del loro lavoro
e di quali fossero le condizioni di vita su queste terre fino alla
prima metà del secolo scorso:
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Braccianti del Tavoliere.
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La mietitura:
…L’arnese era
la falce che per tagliare il grano bisognava curvarsi di più della zappa
lavorando dai dieci-dodici ore al giorno sotto quel sole cocente;
lascio immaginare come duole a chi legge, figuriamoci ai lavoratori
i quali desideravano che una piccola nuvoletta con un bel venticello
coprendo un solo minuto il sole, per godere un po’ di fresco. Per andare
a lavorare si doveva andare a piedi e per non consumare scarpe si camminava
scalzi; com’era miserabile la vita!…
Bifolchi e cafoni
…Per arrivare alla masseria…questi feudi a masseria quando terminava
il feudo c’erano tre quattro chilometri da fare e quando si arrivava
alla masseria era oscuro proprio che non si vedeva niente. E poi lì
si trovava un calderone con un po’ d’erba cotta. E quest’erba cotta
se la mangiavano i bifolchi e gli altri, i cafoni. I bifolchi erano
quelli che lavoravano con i buoi, i cafoni erano quelli che aravano
la terra con i cavalli, ecco la differenza tra bifolchi e cafoni.
Giuseppe Angione (1895-1981) bracciante
Da un manoscritto, Cerignola (Fg) 1977
Dal manoscritto
“Cerignola antica”
(…)I
nostri antenati non avevano fame di possedere un pezzetto un terra perché
civolevano i mezzi per coltivarla; laratro il cavallo perciò preferivano
lavorare alla giornata perché da noi a quei tempi il lavoro
cenera tanto; ed i lavori si svolgevano tutti a mano; la mietitura anche
a pesare il grano si mettevano i covoni per terra si faceva il giro
tonto in mezzo all/aia è con i cavalli si pesava calpestando i covoni;
poi bisognava ventilarlo mettere a parte paglia e grano; perciò i lavori
erano molto duri e faticosi; bisognava lavorare dodici, anche quattordici
ore al giorno…
Invece ai principi del 1900 incominciarono a vedersi i primi mezzi meccanici;
le mietitrice erano le Cornich e le Derinch; invece per le trebbiatrici
le Claiton o pure le Marscal…
Giuseppe Diploma, bracciante
Memorie
di un Bracciante
Frequentavo la scuola e precisamente la IV elementare ma nel dicembre
del 1930 i miei genitori mi sottrarono dalla scuola per necessità economica
e non per cattiveria. E così che nel gennaio del 1931 mi avviarono verso
la campagna… Ognuno di noi quando andavamo al lavoro ci davano sei filari
di grano da coltivare il terreno e togliere qualche fili d’erba che
si trovava in mezzo al grano. Poi c’erano altri lavori, scerbatura,
rompi zolle, mietitura, spigolatura, cogliere i covoni, trasporto covoni
con carri trainati da cavalli o buoi si portavano sull’aia, dopo poche
settimane si cominciava a trebbiare il grano…
Michele
Sacco (1921) bracciante
Giuseppe Di Vittorio
…Giuseppe Di Vittorio quand’era ragazzo era orfano di padre. Aveva
una mamma che era sorda pure, aveva una sorella sposata. E lui che andava
a lavorare nei campi, la scerpatura dell’erba, con la falce in mano
a mietere il grano, a cogliere i covoni nei campi, con la zappa a coltivare
la terra, a coltivare i vigneti. Però aveva un istinto naturale di sé
stesso: quello della lotta
dei lavoratori in generale… quando si presentava Giuseppe Di Vittorio
tutto gli veniva accordato a Giuseppe Di Vittorio in favore dei lavoratori.
…Pavoncelli, solamente qui a Cerignola aveva oltre seimila ettari di
terreno di proprietà…Era un colosso Pavoncelli: Però Giuseppe Pavoncelli
quando ascoltava o si presentava Giuseppe Di Vittorio per l’occupazione
dei contadini, per l’aumento del salario, per le diminuzione delle ore
di lavoro…
perché era brutale, era animalesco –diceva lui- sfruttare un uomo dalla
mattina che spunta il solo sino a quando tramonta il sole. E allora
venne la questione delle famose otto ore…
Matteo
Di Vittorio, operaio agricolo specializzato

Squadra
di braccianti 1977. Foto di Mimmo Attademo
Queste
voci e queste foto sono tratte da un interessante volume, “La memoria
che resta – vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti
del basso tavoliere -”, a cura di Giovanni Rinaldi e Paola
Sobrero, pubblicato a Foggia: Amministrazione provinciale di Capitanata,
1981.
In testa al frontespizio leggiamo: Biblioteca provinciale, Foggia, Archivio
della Cultura di Base.
Il volume offre oltre agli studi ed interventi sull’argomento, il compendio
di un lavoro di ricerca, realizzato negli anni ’70, tra i braccianti
del tavoliere, in cui sono state raccolte le loro preziose testimonianze,
fotografati i volti e le case.
Novità:
Questo libro prezioso, fino ad oggi introvabile, è stato finalmente
ristampato:
"LA MEMORIA CHE RESTA
Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia"
di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero
Edizioni Aramirè, Lecce 2004
*La
Foto di Giuseppe Angione è di Nicola Pergola
le foto di Savina Barbarossa e di Michele Sacco sono di
Giovanni Rinaldi.
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-La Masseria
-gli
interni
-le camere
-gli esterni
-la storia
-la storia
-la transumanza
-i tratturi
-il grano
-i braccianti

Giuseppe Angione*

Trattore a vapore

Michele Sacco*

G. Di
Vittorio
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