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"Monte S.Angelo" di Arthur Miller



Arthur Miller
Arthur Miller.

“Monte S. Angelo” fu pubblicato su Harper Magazine, nel marzo del 1951.  Arthur Miller, lo scrittore e drammaturgo statunitense, descrive nel suo breve racconto, la gita di due amici americani, Bernestein e Appello, nel Nord della Puglia. 



La coppia di amici viaggia tra i paesi d’origine della famiglia di uno dei due. Ora, dopo Lucera, tocca a Monte S. Angelo, dove pare abiti una zia. Vi si dirigono a bordo di una vecchia Fiat rumorosa.

Si sale verso Monte S.Angelo

-Sei proprio pazzo ,lo sai? Devi avere una sorta di complesso ancestrale. Da quando siamo in questo paese non abbiamo fatto altro che andare in cerca dei tuoi parenti.
-“Be’, Cristo, finalmente sono qui, e voglio vedere tutti i posti da cui provengo. Ti rendi conto che due miei parenti sono sepolti nella cripta di quella chiesa lassù? Dal millecento o giù di lì.


Bernestein osservando dal basso della pianura, Monte S. Angelo accovacciata sulla sommità di una piccola montagna, pensa che assomigli ad una minuscola vecchia signora che viveva sul tetto per paura dei ladri.

-Quelli che l’hanno costruito dovevano avere una tremenda paura di qualcosa”.

Il paese sul Gargano,regala ai due amici emozioni diverse e in un certo senso simili: li fa sentire entrambi a casa loro. Appello scopre nell’oscurità della grotta, su di una antica lapide, la prova dell’esistenza di quei suoi antichi avi, monaci fondatori del Santuario. 
E qualcosa scatta anche nel cuore di Bernestein, un ebreo austriaco, che nell’Europa sconvolta dalle vicende della seconda guerra mondiale, ha perso tutti i suoi parenti.
In una trattoria Bernestein osserva, nei gesti misurati di un commensale, un uomo di mezz’età ma molto rugoso in faccia, seduto ad un tavolo vicino, inconsapevoli gesti antichi, che a lui rivelano una storia tenera e tragica.
L’uomo, abitante in un paese vicino, veste come tutti gli uomini da quelle parti, giacca nera, calzoni marrone scuro, scarpe pesanti di cuoio.

-Ma portava un cappello nero, il che era insolito da quelle parti, dove tutti portavano il berretto, e la cravatta.”

Bernestein lo osserva mentre, dopo il pasto, ordina una forma di pane e la avvolge con delicatezza dentro una carta marrone, di cui aveva spianato con cura le grinze. Segue sempre più incuriosito i gesti dell’uomo che completa il fagotto annodandovi attorno uno spago.

-"Bernestein trasse un sospiro. C’era un che di trionfante, una nuova aria di sicurezza e di superiorità nella sua faccia e nella sua voce. <E’ ebreo Vinny, disse.>”
-“Vinny si voltò a guardare l’uomo. <Perché?>”
-“Per il modo in cui ha fatto quel fagotto. E’ esattamente il modo in cui faceva un fagotto mio padre…e mio nonno. Tutta la nostra storia è far fagotto e andar via. Nessun altro sa essere così tenero e delicato nel fare i fagotti. Solo un ebreo sa legare un fagotto così. …




L’uomo si chiama Mauro di Benedetto, e interpellato dice di non sapere cosa siano gli ebrei. Chiede anzi

 Sono cattolici gli ebrei?”

Racconta di rifare gli stessi gesti di suo padre, come un abitudine…

Vedete, ho una strada segnata. Prima la facevo con mio padre, come lui l’aveva fatta con suo padre. Siamo conosciuti qui, da molte generazioni. E mio padre il venerdì sera è sempre tornato a casa prima del tramonto. E’ un’abitudine di famiglia, immagino”.

-“<Lo Shabbes comincia al tramonto del venerdì> disse Bernestein, quando Vinny ebbe tradotto.” <E porta anche a casa il pane fresco per lo Shabbes. E’ un ebreo ti dico.>”…

Un ebreo che non sapeva di esserlo, che ripeteva gesti e riti di cui non conosceva più il significato, ma che il venerdì si affrettava a scendere dalla montagna per raggiungere casa prima del tramonto portando una forma di pane caldo. Lo immaginava come un viandante senza nome che camminava per strade segnate a lui da generazioni di uomini.
Questo faceva sentire Bernestein orgoglioso.

-"Di che cosa dovesse essere orgoglioso non avrebbe saputo dire; forse era soltanto perché sotto l’insensato impulso della storia un ebreo era segretamente sopravvissuto, spogliato della sua coscienza, ma preso per sempre in quella inaudita impudenza di osservare lo Shabbes in un paese cattolico, sì che la sua stessa inconsapevolezza finiva per essere una prova, una prova muta come una pietra, di un passato ancora vivo".

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